Le delusioni delle app di incontri

 
Delusioni delle app di incontri

Le delusioni delle app di incontri

Pubblicato da Annunci-Single in Il Blog dei Single 06 Giu 2016

Single in cerca? Abbiamo provato per voi due nuove app di incontri: quante delusioni.

Ma le app di dating funzionano? Si trova veramente l’anima gemella?

Le abbiamo provate per voi. Ecco cos’è successo usando “dal vivo” Tinder, Happn.

Tinder va forte, fortissimo. E fa parlare, scrivere discutere. Tanti non lo ammetterebbero, ma lo usano. Anche solamente per “giocare” a tenere o scartare, come passatempo. Insomma, prima erano riviste e figurine, poi era Facebook, ora è Tinder. Che, non a caso, lancia sempre nuove estensioni “social”. Tinder Social è una funzione di Tinder attualmente in fase di testing in Australia che permette ad ogni utente di Tinder di allargare il proprio campo d’azione cercando altri utenti di Tinder tra i propri amici Facebook.  Su Tinder accade di tutto. Si trova l’amico che cambia nome e una volta “beccato” adduce scuse fantasiose alla scelta. Si trova il collega, il conoscente fidanzato, anche l’amico sposato…

E gli incontri? Da esperienze dirette e racconti si tratta in alta percentuale di esperienze fallimentari. Grandi aspettative che si tramutano in serate noiose. Un annetto fa abbiamo conosciuto su Tinder Alessandro, medico di 30 anni milanese. La foto lo rende decisamente interessante, quasi più della descrizione personale. Molto carino, volto da bravo ragazzo. Perché, naturalmente, il primo criterio di scelta nelle app di dating è l’aspetto fisico. Chiacchieriamo a lungo via chat, ci scambiamo i numeri di telefono e passiamo a Whatsapp. Capiamo di frequentare gli stessi luoghi e locali. Così decidiamo di incontrarci in uno di questi, il pub sotto casa. Ci vediamo fuori dal locale. Un limite, ancora prima di presentarsi: io sono alta, lui no. Ma più che altro, rispetto alla foto profilo, sembra un’altra persona: non proprio attraente. Ormai ci sono quindi mi avvicino, lui sfodera un sorriso e si presenta. Ci sediamo a un tavolino e ordiniamo due birre. Parliamo a lungo. O meglio, lui parla di sé, della sua professione, delle sue esperienze. Io fingo di ascoltare trattenendo a stento gli sbadigli. Dopo un’ora e mezza saluto e vado via. Nonostante la mia fuga Alessandro continua a scrivermi chiedendomi come mai una ragazza “carina e brillante” come me sia su Tinder. Dopo l’appuntamento andato male, alcune amiche raccontano di incontri altrettanto fallimentari. Poi tornando sull’app, incappo in decine di chat in cui la terza domanda è “Vieni a casa mia?”. Decido di cancellare l’account di Tinder.

Poi però è arrivato Happn. Quando è uscito, nel 2015, sembrava finalmente fosse arrivata la svolta, l’anti Tinder. Una app in grado di far conoscere due persone che si sono già incrociate, dunque perlomeno viste dal vivo. Ho pensato: se uno lo incontro, so già se mi piace almeno fisicamente. E ho scaricato l’app.  Ma la realtà è diversa. Provate a vivere nei pressi di un locale. Basta un bar o un pub. L’andirivieni su Happn è massiccio. Ma le persone non le si incontra per davvero. Passano a 300, 500 metri, addirittura a un chilometro da casa tua o dal tuo ufficio, e per l’app Happn sono persone che hai “incontrato” anche se, in realtà, non li hai mai visti. È vero però che nella stessa zona girano molto facilmente le stesse persone. Forse basterebbe appostarsi, immobili, su un marciapiede e attendere che il barbuto carino “incrociato” ieri o l’altroieri a 500 metri di distanza sull’app ci passi davanti, proprio a quell’ora, proprio in quel momento.

Nonostante ciò mi faccio illudere un’altra volta. E accetto l’invito di Michele che, guarda caso, abita vicino a me. Mai visto in realtà. Ma carino, a giudicare dalle foto. Per non trovarmi in difficoltà gli propongo una colazione domenicale al posto di un aperitivo, con successivo mio impegno inderogabile già preannunciato. Per fortuna.  Il tipo in questione è bruttino, pelato ma soprattutto completamente diverso da me. Dagli interessi, al tipo di professione, non abbiamo molto da dirci. La colazione si trasforma in un caffè, 15 minuti. Poi, anche in questo caso, fuggo. Lui mi scrive ancora un paio di volte e io non rispondo. E cancello anche l’account di Happn.

fonte: Cronaca di alcuni fallimenti –  di Giulia Cimpanelli – Corriere della Sera 2 giugno 2016

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